Tra il 1968 e il 1985 sedici persone furono uccise mentre cercavano intimità lontano da occhi indiscreti: un caso nero della cronaca italiana ancora irrisolto
Tra le colline e i boschi vicino a Firenze, luogo solitamente legato all’arte e alla bellezza, si consumarono fatti di sangue che cambiarono per sempre il modo di immaginare la vita notturna nelle campagne. Dal 21 agosto 1968 all’8 settembre 1985, otto coppie furono assassinate in luoghi isolati dove pensavano di essere al sicuro. Gli investigatori parlarono presto di un’unica mano, quella del cosiddetto mostro di Firenze.
La pistola usata in ogni attacco era una Beretta calibro 22. Non bastavano i colpi d’arma da fuoco: l’assassino si accaniva sui corpi con un coltello, e nei casi in cui era presente una donna, praticò mutilazioni crudeli. La paura entrò nella quotidianità di intere comunità. Le indagini, nonostante decenni di sforzi, non sono mai riuscite a consegnare una verità definitiva. Una storia nera, fatta di processi, ipotesi, segreti e domande che aspettano ancora risposte.
Gli omicidi nelle campagne toscane: dinamica e luoghi di un incubo lungo diciassette anni
Il primo fatto attribuito alla serie risale al 21 agosto 1968 a Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Antonio Lo Bianco e Barbara Locci vennero raggiunti dai colpi mentre erano in auto. In quel caso, il bambino di Barbara, sei anni, fu risparmiato. La giustizia individuò come responsabile Stefano Mele, marito della donna, condannato per omicidio. Solo anni più tardi nacque il dubbio: quel delitto poteva essere collegato agli altri?
La notte del 14 settembre 1974, in località Sagginale, a Borgo San Lorenzo, la violenza tornò a colpire: Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini furono uccisi e lei venne brutalizzata sul corpo ormai senza vita. Gli inquirenti iniziavano a vedere un filo comune. Il tempo però passava. Sembrava finita. Invece no.

Il 6 giugno 1981, a Scandicci, morirono Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio. Il corpo di Carmela venne mutilato. Pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1981, toccò a Stefano Baldi e Susanna Cambi a Calenzano. Anche loro erano una coppia giovane, in cerca di intimità.
Nel 1982, a Baccaiano di Montespertoli, vennero colpiti Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. Paolo tentò di fuggire mettendo in moto l’auto, un gesto disperato. Morì in ospedale. In quel caso non ci fu tempo per sevizie sul corpo di lei.
Il 9 settembre 1983 fu diverso: le vittime erano due uomini tedeschi, Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, probabilmente scambiati per una coppia. Nessuna mutilazione. La paura crebbe: chiunque poteva diventare vittima.
Il 29 luglio 1984, vicino Vicchio, vennero uccisi Claudio Stefanacci e Pia Rontini. Pia subì mutilazioni gravissime. Infine, l’8 settembre 1985 in località Scopeti, non lontano da San Casciano in Val di Pesa, morirono i turisti francesi Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, sorpresi nella loro tenda. Nadine fu mutilata. Quella notte finì la lunga scia di sangue. Nessuno sa perché.
Le indagini, i sospetti, i processi. E un enigma che resiste ancora oggi
Le indagini attraversarono anni complicati. All’inizio si parlò di una pista sarda, poi abbandonata per mancanza di prove. Nel 1991, l’attenzione si concentrò su Pietro Pacciani, uomo dalla storia violenta. Nel 1994 un tribunale lo ritenne colpevole di sette duplici omicidi. Poi arrivò l’appello, la assoluzione, l’annullamento da parte della Cassazione. Prima del nuovo processo, Pacciani morì nel 1998. Il suo ruolo rimase sospeso nel dubbio.
I cosiddetti compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, vennero condannati in via definitiva negli anni Novanta per quattro duplici omicidi, ma non considerati autori unici della serie.
La mancanza di un movente univoco lascia aperti scenari inquietanti. Alcuni investigatori parlarono di rituali esoterici, altri di un gruppo di maniaci. Ci furono piste legate a ex militari, a chirurghi, a poliziotti. Nessuna certezza.
Negli archivi restano tracce, testimonianze incoerenti, mappe dei luoghi appartati, proiettili simili, dettagli ossessivi raccolti in anni di sopralluoghi. A Firenze, chi ha vissuto quei giorni ricorda bene la paura di andare nei campi la sera.
Il caso resta aperto. Il mostro di Firenze è un nome, prima ancora che un colpevole. Un’ombra senza volto, che continua a muoversi nelle domande rimaste senza risposta. E lo sappiamo: quando la verità non arriva, il silenzio diventa ancora più pesante.