A partire dal 2026 la misura viene ripensata per ridurre le interruzioni e permettere ai beneficiari di ottenere proroghe più rapide e ripetute. Non si tratta solo di un nuovo termine burocratico: per molte persone significa stabilità economica e la possibilità di proseguire percorsi di accompagnamento sociale e lavorativo. Un dettaglio che molti sottovalutano è che il meccanismo di rinnovo incide anche sul rapporto con i servizi locali, che devono aggiornare patti e verifiche. In sintesi, la novità principale è che l’Assegno di Inclusione — spesso abbreviato come ADI — potrà essere rinnovato per ulteriori 12 mesi dopo i primi 18 mesi, e poi prorogato ancora senza un tetto massimo, sempre dietro presentazione di una nuova domanda. La misura, rafforzata nel 2025 con un importo base che parte da circa 541,67 euro al mese, rimane destinata ai nuclei più fragili: famiglie con almeno un minore, persone con disabilità, over 60 o soggetti inseriti in programmi certificati di cura. La conferma è arrivata nella bozza della Legge di Bilancio 2026, che introduce regole operative per rendere il rinnovo meno frammentario e più collegato ai percorsi di inclusione attivati sul territorio.
Cosa cambia nel meccanismo di rinnovo e chi riguarda
La modifica più evidente riguarda la tempistica: dal 1° gennaio 2026 non sarà più previsto il periodo di sospensione obbligatorio tra cicli di erogazione, e il rinnovo potrà essere richiesto ogni 12 mesi senza limiti di rinnovi. Questo significa che, dopo i primi 18 mesi di assegno, i nuclei idonei potranno presentare una nuova istanza e ottenere una proroga annuale se rimangono i requisiti.

I tecnici sottolineano che la novità non elimina le verifiche: al momento dell’accoglimento della domanda di rinnovo è previsto un primo incontro con i servizi sociali per aggiornare il percorso di inclusione e accertare la permanenza dei requisiti. Un aspetto operativo che sfugge a chi vive in città è che gli uffici comunali e le strutture di assistenza dovranno gestire una maggiore frequenza di patti e monitoraggi, con impatti organizzativi concreti. Le regole di continuità sono riferite anche ai casi già in corso: per le famiglie che raggiungono il 18° mese di percezione a novembre 2025 si applicano le disposizioni del Decreto 26 giugno 2025, n. 92, convertito in legge, il quale impone la sottoscrizione di un nuovo Patto di Attivazione Digitale da parte del nucleo familiare. In pratica, la norma punta a mantenere la misura collegata a un progetto di inclusione reale e aggiornato, non solo a un trasferimento economico intermittente.
Come presentare la domanda nel 2026 e cosa controllare
Le modalità di richiesta dovrebbero rimanere quelle già note: la domanda si presenta online tramite il portale INPS con credenziali SPID, CNS o Carta d’Identità Elettronica, oppure attraverso i patronati e i CAF abilitati che inoltrano la pratica per conto del cittadino. Chi segue questi passaggi lo racconta come una procedura semplice quando si è assistiti, ma spesso più complessa se affrontata in autonomia: un fenomeno che in molte aree urbane porta a code e appuntamenti. Per ottenere il rinnovo è fondamentale avere un ISEE aggiornato e la documentazione che attesti la composizione del nucleo e lo stato di vulnerabilità (certificazioni per disabilità, età dei componenti, iscrizioni in programmi di cura). Un dettaglio che conviene non sottovalutare è la necessità di firmare nuovamente il Patto di Attivazione Digitale: senza quella sottoscrizione il rinnovo può essere sospeso o negato. La conferma definitiva delle modifiche dipende dall’approvazione finale della manovra di bilancio entro la scadenza prevista a fine anno, ma gli operatori sociali e i patronati si stanno già organizzando per aggiornare procedure e moduli. Per molte famiglie questo significa meno interruzioni nell’accesso al sostegno e una maggiore continuità nei percorsi di inclusione, con ricadute tangibili sulla vita quotidiana e sull’accesso a servizi locali.